Che ci fosse il sole o la pioggia, lei era sempre lì, all’uscita di scuola, ad aspettarmi.
Mia madre non ha mai preso la patente. Dopo la scomparsa di mio padre, ogni giorno percorreva due chilometri a piedi per non lasciarmi da solo nel tragitto verso casa. Ogni singolo giorno.
Quante volte ho dato per scontato quel gesto. A volte mi vergognavo perfino della sua presenza. “Mamma, aspettami un po’ più in là”, dicevo, per non sembrare un mammone davanti ai miei compagni.
Da piccoli non capiamo il senso profondo della responsabilità di un genitore. Ogni gesto è un atto d’amore, una protezione silenziosa che supera il tempo.
Oggi, con mia moglie, vivo il ruolo di genitore e finalmente comprendo. A volte serve qualche capello bianco per dare un senso al passato.
Mi pento di non aver mostrato a mia madre abbastanza affetto. Da ragazzo sfuggivo alle sue carezze, come se l’amore materno fosse un segno di debolezza.
Ora sorrido pensando a quei momenti. Dentro di me vive la consapevolezza di un’infanzia felice. Sono stato fortunato.
Adesso rispetto la sua forza, comprendo i suoi sacrifici, e sono profondamente grato.
Ma il tempo passa, e i ruoli si invertono. Prima era lei la mia custode, ora sono io a proteggerla.
Un anno fa, la sua mente ha iniziato un viaggio che a volte la porta lontano. Eppure, basta uno sguardo nei suoi occhi per ritrovarla.
La sera mi addormento sereno, sapendo di fare il possibile per lei. E lei è serena, lo vedo.
Mi sono costruito una serenità che mi ha aiutato ad affrontare la sua vecchiaia e la malattia nel migliore dei modi. Posso restituirle tutto ciò che mi ha donato.
Posso ricompensare ogni chilometro percorso per venirmi incontro.
Posso, finalmente, abbandonarmi alle sue carezze.
Non è mai troppo tardi per dirsi: “Ti voglio bene.”
Luigi

